DIALOGO 1 

Mirella Bentivoglio e Serena Gamba 



16.11– 6.03.24


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DIALOGO 1
Mirella Bentivoglio e Serena Gamba

Opening 16/11/2023 h 18:00  
16/11> 24/01/2024*


NP-ArtLab in collaborazione con Martelli Fine Art 
Corso Monforte 23
Milano

*spazio espositivo  
Martedì - Giovedì, 12.00 - 19.00
More info:
info@npartlab.com
francesca@martellifineart.com

NP-ArtLab presenta, in collaborazione con Martelli Fine Art, una selezione di opere delle artiste Mirella Bentivoglio e Serena Gamba in dialogo tra loro. La mostra vuole mettere in relazione due artiste di generazioni differenti ma che utilizzano la pratica verbo visiva come medium.

Il lavoro di Mirella Bentivoglio (Klagenfurt, 1922) si svolge in ambito totalmente poetico: tra linguaggio e immagine, linguaggio e materia, linguaggio e oggetto, linguaggio e ambiente. In particolare, le sue opere in mostra sono strettamente legate alla rappresentazione dell’uovo, riconnesso alla lettera O, che, secondo l’artista, è simbolo dell’Universo, del nulla e del tutto, del vuoto e del pieno, ma anche della creazione e della maternità, concetto fondamentale per l’artista che ha più volte identificato come esperienza che l’ha profondamente influenzata e guidata nel suo percorso artistico. L’uovo tornerà frequentemente nelle opere dell’artista spesso legato ai libri, segno specifico della dimensione intellettuale, simbolo della cultura.
Un vero e proprio continuum con i lavori della Bentivoglio e in generale delle poetesse della Nuova Scrittura, è rappresentato da Serena Gamba (Moncalieri, 1982). La sua ricerca ruota attorno al significato della pittura e alle sue declinazioni in relazione alle arti visive e applicate. Le immagini della Storia dell’Arte vengono svuotate dal loro significato originario per essere rielaborate in modo da far emergere la loro natura essenziale lontana da forme imperfette e preconcette.
I generi e i materiali della pittura, le basi del linguaggio scritto e parlato, gli elementi costitutivi del disegno vengono condensati in nuove strutture e segni primari attivando un processo di ricostruzione di una nuova immagine. Sono questi elementi strutturali che vanno a definire un’architettura, un alfabeto visivo, lasciando una piena libertà di interpretazione e rielaborazione. Le opere in mostra riflettono perfettamente la poetica dell’artista dove i concetti di memoria e oblio coesistono. L’atto di scrivere e descrivere il dipinto originale è una riflessione e una testimonianza del ricordo: è il tentativo di creare un incontro intimo tra l’individuo e il proprio atto di ricordare e memorizzare tutta la Storia dell’Arte. Le lettere cucite a mano diventano testimonianza vivida di qualcosa che era presente e che ora sta scomparendo o che presto scomparirà. È la scrittura che diventa il mezzo e il modo per rallentare il processo e accogliere l’oblio. Si viene a creare un archivio, uno strumento per la memoria.

 
Serena Gamba, artista visiva, lavora sul tema della memoria e dell'oblio attraverso la parola, il segno, la forma. La sua ricerca si muove intorno al significato di Pittura e delle sue declinazioni in relazione con le altre arti visive e applicate.
Le immagini della Storia dell’Arte, svuotate del loro significato originario, vengono rielaborate per far emergere la loro natura essenziale, lontana da forme viziate e precostituite. I generi e i materiali della pittura, le basi del linguaggio parlato e scritto, gli elementi costitutivi del disegno e della geometria vengono condensati in nuove strutture e segni primari, attivando al contempo un processo di negazione e ricostruzione di una nuova immagine. Questi elementi strutturali, siano essi scultorei o pittorici, definiscono un’architettura, un alfabeto visivo, indirizzano e lasciano piena libertà di interpretazione e rielaborazione. Attingere dunque dalle cose del mondo, che siano opere Classiche o forme primordiali, per ridefinire un personale immaginario, generare una sensibilità estetica e formale verso l’inspiegabile mistero della Pittura. Ha esposto nelle collettive "Sollazzo Ottico" (Galleria Roccatre, Torino), "Appunti di sociologia urbana" (Galleria Alessio Moitre, Torino), "Dell'origine e delle sue variazioni - Serena Gamba/Alessandro Gioiello" (Isolo17 Gallery, Verona), "Serena Gamba, Autos – Eleonora Manca, Catessi" (Galleria Alessio Moitre, Torino), espone nel circuito "Art Site Fest" (Castello di Govone / Govone (CN)), alla mostra "Lacerto" (Galleria Alessio Moitre), "Esercizi di scrittura" (BI-BOx Art Space / Biella), "La Camera delle Meraviglie" (Isolo17 Gallery, Verona), "Visione d’Interno" (Galleria Alessio Moitre - Burning Giraffe, Torino), "IncontrArTi - Simboli e riflessi verso l'Oltre" (Vercelli). Espone nelle mostre personali "Datum - Dida" (Van Der Gallery, Bolzano), "Monologo" (Galleria Alessio Moitre, Torino), "Opera al Nero" (Isolo17 Gallery, Verona).
Vincitrice nel 2021 del Premio "A Collection" (Art Verona), nel 2019 vince l'Artkeys Prize nella sezione pittura ed è finalista al Premio Nocivelli e allo Yicca Contest. Finalista nel 2018 al premio Combat Prize, nel 2017 vince il Tina Prize edizione Beijing, partecipa nel 2016 al Premio Lissone.
Fonda nel 2021 Spazio PPP, spazio di confronto e scambio reale finalizzato alla creazione di nuove relazioni tra artisti visivi, curatori e poeti all’interno di una realtà non contaminata da tempi e dinamiche tipicamente cittadine insieme all'artista Alessandro Gioiello.

Mirella Bentivoglio, poetessa e artista verbovisiva, nasce a Klagenfurt (Austria) il 28 marzo del 1922, da genitori italiani, Margherita Cavalli e lo scienziato Ernesto Bertarelli. Riceve un’educazione multilinguistica, studiando nella Svizzera tedesca e in Inghilterra. Nel 1949 sposa il docente universitario di Diritto Internazionale Ludovico Matteo Bentivoglio, di cui adotta il cognome. Autrice, nella prima giovinezza, sia di pitture a olio sia di libri di poesie in italiano e in inglese (editi da Scheiwiller e Vallecchi, e recensiti da critici quali Giorgio Caproni, Italo Defeo e Mario Praz), esprime in seguito il suo interesse per l’uso congiunto del linguaggio verbale e dell’immagine legandosi ai movimenti verbovisivi delle neoavanguardie artistiche internazionali della seconda metà del ventesimo secolo, diventandone una protagonista.
Consegue per titoli, nel 1968, l’idoneità all’insegnamento di Estetica e Storia dell’Arte nelle Accademie italiane. Usufruisce di borse di studio e di ricerca presso il Salzburg Seminar for American Studies (1958) e il Getty Institute di Los Angeles (1997). Dalla pratica della Poesia Concreta, della Poesia Visiva e della Scrittura Visuale, che hanno segnato il suo ingresso nella sfera delle nuove sperimentazioni, passa, dagli anni Sessanta in poi, a una personale forma di poesia-oggetto. Via via, negli anni Settanta e oltre, esplora i linguaggi della performance, della poesia-azione e della poesia-environment, allestendo grandi strutture simboliche di matrice linguistica sul suolo pubblico (tra cui il celebre Ovo di Gubbio). Centrale e pluriennale è stato il suo lavoro sui libri-oggetto. Ha avuto un ruolo decisivo e illuminante nel campo dell’arte contemporanea anche come animatrice e curatrice di esposizioni dedicate all’arte femminile. In particolare cura e realizza, per la 38ª Biennale di Venezia (1978), la mostra Materializzazione del linguaggio ai Magazzini del Sale, che accoglie esclusivamente opere di artiste donne, e che rappresenta a tutt’oggi un unicum emblematico del lavoro delle artiste di quegli anni, intenzionate a rivendicare un loro ben definito spazio creativo “al femminile” nella seconda metà del Novecento.
A Mirella Bentivoglio sono stati assegnati numerosi premi sia per la sua attività poetico e artistica, sia per quella critica e organizzativa.
Nel 2011 ha donato la sua ricca collezione-archivio di arte al femminile, raccolta in anni di forte impegno anche come curatrice di mostre, al Mart (Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto).
Muore a Roma nella primavera del 2017. A un anno dalla scomparsa, si è tenuta una giornata di commemorazione in suo onore alla Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele di Roma, che ha presentato il fondo a lei intitolato (donato alla Biblioteca dalle sue tre figlie, Marina, Leonetta e Ilaria). Contiene volumi, cataloghi di mostre e svariati materiali della sua vasta biblioteca-archivio. Nel 2019 è nato in rete l’Archivio Mirella Bentivoglio, con lo scopo di promuovere e valorizzare il suo lavoro. Nello stesso anno, il 14 maggio, è stato inaugurato un nuovo luogo espositivo per Mirella Bentivoglio all’interno dell’itinerario Spazi900, realizzato all’interno della Biblioteca Nazionale di Roma. L’ambiente intitolato a Bentivoglio, che ospita l’esposizione permanente di alcune tra le sue opere, figura accanto a spazi dedicati ad autori quali Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Italo Calvino.






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ARTISTI

Mirella Bentivoglio 

Serena Gamba
 




CHANGING SHAPES 
21.10– 25.11.23


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CHANGING SHAPES 

Opening 21/10/2023 h 18:00 > 21:00
21/10> 25/11/2023*


NP-ArtLab
Vicolo dell’Osservatorio 1/C
35122 - Padova (PD)


*exhibition space
Thursday - Saturday, 12.00 - 19.00
More info: info@npartlab.com

NP-ArtLab presenta la mostra CHANGING SHAPES con opere di Leonardo Dalla Torre, Giulio Paolini e Frédérique Nalbandian.

Tre artisti di generazioni differenti accomunati da un forte interesse nei confronti del mondo classico ma proposto con occhi diversi. Frammenti e busti di statue si alternano a immagini appartenenti alla Storia dell’Arte e ai Maestri della pittura del passato.
Le tre sculture di Giulio Paolini (Genova, 1940), realizzate in gesso, prendono il nome di “Proteo”, “Proteo (II)” e “Proteo (III)” che si rifanno al mutevole dio greco che aveva la capacità di trasformarsi in qualsiasi forma desiderasse. Citazione, duplicazione e frammentazione sono i tre temi che emergono in questa serie e che riassumono i temi intellettuali cari all’artista stesso. Come il multiforme Proteo, anche questo gruppo scultoreo può essere ammirato da diverse angolazioni dando vita a una meditazione poetica sulla natura metafisica della pratica artistica.  Una visione pittorica della classicità ci viene offerta da Leonardo Dalla Torre (Venezia, 1995). Nello spazio da egli dipinto, prendono forma corpi, volti e sguardi rievocati dalle forme della pittura del passato delineate dai Maestri della Storia dell’Arte. Esse vengono utilizzate come pretesto per attuare un intervento inaspettato. La forma viene spesso compromessa, sottratta e stravolta.
Il dialogo continua con l’artista francese Frédérique Nalbandian (Mentone, 1967). Tre imponenti busti, realizzati grazie alla lavorazione e manipolazione del sapone di Marsiglia, prendono il nome di “Panacée I”, “Panacée II” e “Panacée III” e rappresentano la dea greca della guarigione universale. I lunghi drappi che coprono i corpi della divinità ricordano l’espressività del periodo classico. Se il visitatore potesse toccare le sue opere dopo essersi bagnato le mani, si attiverebbe un processo di cambiamento della materia stessa rendendo la scultura in continuo divenire e cambiamento. Si viene di conseguenza a creare un ulteriore dialogo con la contemporaneità che coinvolge lo spettatore al processo creativo dell’opera stessa.

CHANGING SHAPES è strettamente legato al concetto di cambiamento e frammentazione della materia e della percezione dell’opera stessa. Un continuo divenire che permette a chi osserva di meditare e riflettere sulla natura metafisica della pratica artistica dei tre diversi artisti in dialogo tra loro.

 
Leonardo Dalla Torre è nato a Venezia nel 1995. Cresciuto nel centro storico della città si è diplomato al Liceo Artistico Statale di Venezia nel 2013, proseguendo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia diplomandosi in Pittura nel 2017 e in Grafica d’Arte-Disegno nel 2019. Come pittore approfondisce la propria ricerca indagando come principali tematiche la figurazione e il ritratto. I modelli utilizzati attingono sia dalle immagini della Storia dell’Arte e dei Maestri della pittura del passato, che dalla propria contemporaneità, alienando le differenze contestuali, accumunando i caratteri espressivi del corpo e della carne, rilevandone i sintomi e l’apertura in una pittura che cerca l’incombenza di una calamità, sospendendo le immagini in una deflagrazione perpetua.

Frédérique Nalbandian è un'artista multidisciplinare francese nata il 3 aprile 1967 a Mentone. Scultrice, crea anche disegni, installazioni e performance. La maggior parte delle sue sculture di sapone in situ si evolvono sia all'interno che all'esterno, cambiando nel tempo. Talvolta interattive, richiedono la partecipazione del visitatore.
Dopo aver seguito i primi corsi di disegno durante gli anni di studio alla Davis High School (en) in California, Frédérique Nalbandian entra all'Ecole Nationale d'Art Décoratif d'Aubusson nel 1988, dove trascorre un anno, prima di entrare all'Ecole Nationale Supérieure d'Art di Villa Arson nel 1989 per dedicarsi alla creazione artistica. Nel 1994 ha ottenuto una residenza artistica dedicata al disegno presso la Fondazione Ratti di Como sotto la direzione di Anish Kapoor e Karel Appel. Nel 1996 consegue il Diplôme National Supérieur d'Expression Plastique (DNSEP). Scolpisce il sapone, incidendolo o modellandolo. I suoi diversi stati: solido, liquido, schiuma, effervescenza, gocciolamento, stalattitizzazione derivano dall'azione dell'acqua. Nelle sue opere utilizza anche materiali poveri come il gesso (nelle modanature e nelle rose intonacate), l'acqua, il tessuto, i fili di lana, il vetro e la terracotta.
Modella il sapone, crea forme che ferma o lascia evolvere, trasformando il tempo in un mezzo. Il suo vocabolario di forme plastiche è in continua espansione: precipitati, crolli, rotoli, frammenti, colonne, divisori, muri, corde o direttamente legati all'anatomia del corpo umano: orecchie, cervelli, pelli, teschi, mani, falli. Alcune sono state imposte dal materiale stesso3. Le sue forme, nella loro composizione e nel processo che subiscono, diventano poetiche, cariche di una metafisica della materia che evoca il passaggio del tempo, l'erosione, la trasformazione e la metamorfosi. L'allusione al testo Le Savon di Francis Ponge è stata decisiva fin dall'inizio e ha preso forma durante una serie di colloqui a Cerisy durante i laboratori contemporanei sullo scrittore nel 2015, dove ha incontrato Pascal Quignard.

Giulio Paolini è nato il il 5 novembre 1940 a Genova e risiede a Torino. Dalla sua prima partecipazione a una mostra collettiva nel 1961 e dalla sua prima personale nel 1964 ha esposto in gallerie e musei di tutto il mondo. Le principali retrospettive si sono tenute allo Stedelijk Museum, Amsterdam (1980), al Nouveau Musée, Villeurbanne (1984), alla Staatsgalerie Stuttgart, Stoccarda (1986), alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma (1988), alla Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum, Graz (1998) e alla Fondazione Prada, Milano (2003). Tra le antologiche più recenti si ricordano quelle alla Whitechapel Gallery, Londra (2014), alla Fondazione Carriero, Milano (2018) e al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino (2020).
Ha partecipato a svariate rassegne di Arte povera ed è stato invitato più volte alla Documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1992) e alla Biennale di Venezia (1970, 1976, 1978, 1980, 1984, 1986, 1993, 1995, 1997, 2013). Nel 2022 è stato insignito del Premio Imperiale per la Pittura, il più importante riconoscimento in campo artistico. Il suo lavoro è presente in rinomate collezioni pubbliche e private sia nazionali sia internazionali.Fin dall'inizio Paolini ha accompagnato la sua ricerca artistica con riflessioni raccolte in libri curati in prima persona: da Idem, con un'introduzione di Italo Calvino (Einaudi, Torino 1975), a Quattro passi. Nel museo senza muse (Einaudi, Torino 2006) e L'autore che credeva di esistere (Johan & Levi, Milano 2012).Ha realizzato anche scene e costumi per spettacoli teatrali, tra cui si distinguono i progetti ideati con Carlo Quartucci negli anni Ottanta e le scenografie per due opere di Richard Wagner per la regia di Federico Tiezzi (2005, 2007).



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ARTISTI

Leonardo Dalla Torre

Frédérique Nalbandian
Giulio Paolini 



Alighiero e Boetti
Voli pindarici
Genesi di un’opera

12.04 – 31.05.23


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ALIGHIERO E BOETTI

VOLI PINDARICI
Genesi di un'opera


A cura di Guido Fuga
Da un’idea di Diego Fuga
Opening 12/04/2023 h 17:00 > 20:00
12/04 > 31/05/2023*

Martelli Fine Art in collaborazione con NP-ArtLab
Corso Monforte 23
Milano

*Spazio espositivo privato
martedì -giovedì, 12.00 - 19.00
O su appuntamento

Per maggiori informazioni:
info@npartlab.com
francesca@martellifineart.com


«[…] cieli blu dove volteggiano centinaia di aeroplani […], porta una ventata di geniale pazzia. Non c’è titolo e gli autori sono sdoppiati, anzi triplicati; Alighiero, Boetti e Fuga» scrive Maurizio di Puolo nell’articolo Alighiero Boetti & Guido Fuga apparso su “Il Messaggero” il 2 dicembre 1977.
Alighiero Boetti inizia una corposa serie di carte che rappresentano gli aeroplani in quell’anno, eseguiti in diverse versioni utilizzando la matita, l’acquerello e la biro su carta.
Come per altre opere, Boetti si avvale di un rapporto di collaborazione questa volta con il disegnatore e architetto Guido Fuga, prezioso e stretto collaboratore del celebre fumettista Hugo Pratt.
In questa serie concepita ed eseguita con Fuga, Boetti ci permette di accedere ad aspetti fondamentali della sua poetica quali la percezione tra mobilità e stabilità, fra mondo finito ed infinito che trovano spazio all’interno di una composizione di elementi figurativi disegnati in negativo sopra ad un cielo colorato in modo monocromatico. L’osservatore è spinto ad addentrarsi in questo universo in bilico tra reale ed immaginario con leggerezza, riportandoci indietro nel tempo in una dimensione ludico che è proprio della fantasia dell’infanzia fino a raggiungere una profondità di significati basati sul connubio-contrasto fra ordine e disordine.
La mostra ci permette di andare a ritroso a riscoprire il processo creativo e la collaborazione tra Boetti e Fuga: quest’ultimo ci consente di avere accesso al personale archivio che si compone di bozzetti su carta, materiali preparatori per la realizzazione della serie Aerei, posters, inviti cartacei e fotografie relative a quel periodo. Questi lavori vengono presentati in modo totalmente inedito e non sono mai stati raccolti all’interno di un percorso espositivo. Tra le opere Aereo su biro nera del 1977, tra i primissimi, se non addirittura il primo realizzato dal connubio Boetti-Fuga. A conferma dello spirito di Boetti di apertura ai rapporti di collaborazioni in mostra alcuni lavori nati dai rapporti con Alitalia, Twinings e Austrian Airlines (progetto Cieli ad Alta Quota, set da 6 di puzzles ideata in collaborazione con Hans Ulrich Obrist).
“Voli pindarici” è strettamente legato ad un concetto di sconfinamento inteso come viaggio reale ma soprattutto di fantasia, che sostituisce la mobilità fisica con quella dell’immaginazione: gli Aerei in primis, ma anche i raffinati lavori postali in mostra, affini alla mail art concettuale americana. L’idea di partenza, ma anche di ritorno, emergono all’interno di queste buste abbondantemente affrancate che dilatano il senso del tempo e dello spazio. Sulle buste scritte a mano indirizzi legati alla famiglia Boetti creano una connessione con un’altra opera in mostra dal profondo legame sentimentale, che presenta un gioco di numeri legati alle date di nascita della famiglia, il 15 e il 16, e in secondo piano un fondo di aeroplani che vagano nel blu.

Biografie
Alighiero Boetti
(1940-1994) – o Alighiero e Boetti come si firma a partire dal 1971 – nasce a Torino dove esordisce nell’ambito dell’Arte Povera nel gennaio del 1967. Nel 1972 si trasferisce a Roma, contesto più affine alla sua predilezione per il Sud del mondo. Già l’anno precedente ha scoperto l’Afghanistan e avviato il lavoro artistico che affida alle ricamatrici afghane, tra cui le Mappe, i planisferi colorati che riproporrà lungo gli anni, come registro dei mutamenti politici del mondo. Artista concettuale, versatile e caleidoscopico, moltiplica le tipologie di opere la cui esecuzione - in certi casi - viene delegata con regole ben precise ad altri soggetti e altre mani, assecondando il principio del ‘la necessità e il caso’: così le biro (blu, neri, rossi, verdi) in cui la campitura tratteggiata mette in scena il linguaggio; così i ricami di lettere, piccoli o grandi, e multicolori; o i Tutto, fitti puzzle in cui si ritrovano silhouette eterogenee tra cui sagome di oggetti e di animali, immagini tratte da riviste e carta stampate, e molto altro, davvero ‘tutto’. Ci sono inoltre i Lavori postali giocati sulla permutazione matematica dei francobolli, l’aleatoria avventura del viaggio postale e la segreta bellezza dei fogli contenuti nelle buste. Un altro settore dell’opera di Boetti, di mano inconfondibilmente sua, offre nei primi anni 70 tanti ‘esercizi’ su carta quadrettata, basati su ritmi musicali o matematici; successivamente su carta, composizioni leggere in cui scorrono schiere di animali memori della decorazione etrusca e pompeiana. Il tempo, il suo scorrere affascinante e ineluttabile, è forse il tema unificante della pluralità tipologica e iconografica di Boetti. Alighiero Boetti ha esposto nelle mostre più emblematiche della sua generazione, da When attitudes become form (1969) a Contemporanea (1973), da Identité italienne (1981) a The Italian metamorphosis 1943-1968 (1994). E’ più volte presente alla Biennale di Venezia, con sala personale nell’edizione del 1990, un omaggio postumo nel 2001 e con un’ampia mostra alla Fondazione Cini nella recente edizione del 2017. Tra le mostre più significative degli ultimi anni è stata realizzata la grande retrospettiva Game Plan in tre prestigiose sedi (il MOMA di New York, la Tate di Londra, il Reina Sofa di Madrid). Dell’ampio corpus di opere molte sono conservate in diverse sedi museali italiane ed internazionali, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, Stedelijk Museum, il MOCA di Los Angeles, ecc). La sua opera nonché la sua figura d’artista hanno fortemente influenzato la generazione successiva e gli artisti di oggi, in Italia e nel mondo.

Guido Fuga (Venezia 1947) nel ‘68, studente di architettura, incontra Hugo Pratt, e inizia la collaborazione, i così detti effetti speciali: fondi, aerei, giunche, treni, autoblindo che continuerà fino alle ultime storie. Fra il ‘70 e il ’73 va per due volte fino in India con il mitico Volkswagen, il secondo viaggio dura 6 mesi, quando l’Afghanistan era governato dal re ed era il paradiso degli hippies. Nel 1977 incontra nell’appartamento di fronte al suo (era destino) ospite dell’amico Gianni Michelagnoli, l'artista Alighiero Boetti, anche lui innamorato dell’Afghanistan, ci era andato nel ’71 e aveva preso a Kabul l”One Hotel” piccolissimo albergo di un’unica stanza. In una notte di fumi e storie nasce l’idea di collaborazione e realizzano l'opera " Aerei ", poi negli anni ottanta la serie di acquerelli sullo stesso tema " Cieli ad alta quota “. Collabora per un breve periodo con il settimanale satirico “IL Male”, la meglio gioventù.
Cura la mostra antologica di Pratt al Grand Palais e ne organizza l'allestimento; dopo Parigi segue Milano, Venezia, Roma, Napoli e Buenos Aires per “Italiana 86”.  Collabora con Mario Schifano ad una collezione di tappeti eseguiti in India, paese che continua a frequentare e dove oltre che tappeti fa eseguire dagli artigiani di Udaipur tavoli a tarsia marmorea. Dopo la morte di Hugo Pratt nel 1997 con " Lele " Vianello, realizzano " Corto Sconto" la guida di Corto Maltese a Venezia per le edizioni “Lizard” e in francese per “Castermann”, seguirà "Navigar in laguna fra isole fiabe e ricordi" con “Mare di Carta” e “Marco Polo, testimonianze di un viaggio straordinario” con “Linea d’Acqua”. Nel 1999, per qualche mese, collabora con le copertine della trasmissione “Sgarbi quotidiani”. Nel 2003 per RAISAT Gamberorosso con il collega Lele Vianello curano dieci puntate sui percorsi del loro libro “Navigar in Laguna”, poi realizzano il libro a fumetti “Le Ali del leone” in collaborazione con la rivista dell’Aeronautica Militare, sempre con Lele nel 2010 segue la storia “Cubana”, fumetto ispirato al maestro Pratt. Nel 2018 ecco l’agenda del “Merchant of Venice” con gli acquerelli sul viaggiatore alla ricerca  delle essenze più preziose. La mostra del Profumo illustrato è stata presentata a Palazzo Mocenigo a Venezia. Partecipa con un progetto alla collezione di tavoli d’artista “Essenza di marmo” di Cleto Munari nel 2021. Nel 2023 ha creato 30 tavole sul fantastico viaggio di Nicolò Manucci che saranno presentate al palazzo Vendramin Grimani nella mostra dedicata al viaggiatore veneziano dal 29 aprile.




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ARTISTI

Alighiero Boetti



Aldo Mondino
Souk mondano
18.03 – 27.05.23


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ALDO MONDINO


SOUK MONDANO

18/03 > 27/05/2023*

Opening 18/03 h 12:00 > 19:00


NP-ArtLab
Vicolo dell’Osservatorio 1/C
35122 - Padova (PD)


*Spazio espositivo privato
Mercoledì - sabato, 12.00 - 19.00

Per maggiori informazioni: info@npartlab.com


NP-ArtLab in collaborazione con Galleria Umberto Benappi di Torino e con Archivio Aldo Mondino, presentano “Souk mondano” dedicata al lavoro di Aldo Mondino, con un focus sulle opere influenzate dai suoi viaggi in Oriente. Artista eclettico e poliedrico, la sua pratica artistica ha attraversato diversi stili ed influenze, tra le quali l'arte europea del XX secolo,il surrealismo e la pop art, senza mai appartenere a gruppi o movimenti.
Mondino ha sempre rifiutato l’inquadramento in caselle storico-artistiche, anteponendo un approccio ricco di sperimentazioni sia in termini di materiali che di tecniche e soggetti. Una ricerca senza fine, un’ostinata necessità di sperimentare dando vita ad un lavoro eterogeneo e in perpetuo dialogo con la storia dell’arte.

Le opere in mostra alludono all’impatto che i viaggi compiuti dall’artista, in senso metaforico oltre che fisico, hanno avuto sullo sviluppo del suo lavoro. Mondino ha accompagnato questa sua flânerie con la curiosità e l’ironia che sono la cifra stilistica del suo lavoro, traducendo in termini mondiniani ciò che aveva visto durante le sue peregrinazioni. A partire dagli anni ottanta, gli spostamenti si intensificano, mettendolo di fronte a quello che lui stesso definisce “un Oriente che comincia dal Marocco e prosegue in Palestina, dove intravedo un affascinante parallelismo tra la preghiera e l’intensità dell’attenzione nel dipingere in modo concettuale.”

Da quest’analogia tra spiritualità e gesto pittorico nascono le opere dei “Dervisci”, soggetti danzanti dipinti su linoleum. I dervisci praticano la danza rituale caratteristica della tradizione turca eseguendo movimenti fluidi e circolari. Proprio la serie dei dervisci viene esposta nel 1993 alla Biennale di Venezia curata da Achille Bonito Oliva: in quell’occasione Mondino fu protagonista con una performance che vide coinvolti un gruppo di danzatori rotanti arrivati dalla Turchia. Il corpus di opere i dervisci, anche chiamati le turcate, in omaggio a Giulio Turcato, evidenziano la commistione armonica della pittura figurativa di stampo occidentale e la sintassi decorativa geometrica di derivazione mediorientale e asiatica.

A conferma delle influenze derivanti dagli incontri durante i suoi viaggi, Mondino raffigura mercanti e souk locali, la vera essenza della città, un mercato rivelatore dell'anima di un paese: ne cattura le fisionomie dei soggetti e i colori della frutta intervallati da pattern geometrici. La scelta del linoleum come supporto nella pittura è del tutto inconsueto ma conferma l’implacabile attitudine alla sperimentazione di Mondino. L’utilizzo di questo supporto sintetizza vari aspetti della poetica mondiniana a partire dall’utilizzo di una superficie altamente lavorata che rimandasse all’orientalismo fino alla costante ironia (il gioco di parole che vede lino ed olio come materiali più comunemente associati alla tradizione pittorica occidentale).

Una rivalutazione della materia vale anche per Iznik, la tecnica dello smalto su vetro che vuole ricordare i manufatti in terracotta della città turca Nicea: in questa serie di lavori la pittura diventa ceramica, traendo in inganno lo sguardo in questa metamorfosi della pittura che diventa altro. Lo stesso trompe l’oeil dei tappeti stesi e appesi alle pareti come panni messi ad asciugare, trasformano l’ambiente espositivo in un caratteristico souk. Questa serie di lavori vengono realizzati con colori vivaci su un materiale edile industriale, l’eraclite. La trama del supporto, pur essendo grezza, assume le sembianze di un nobile tappeto orientale grazie all’elaborazione di Mondino che ne deriva quadri-oggetti. L’illusione che ne consegue sfiora la perfezione e con questi lavori l’artista ci tramanda una narrazione composta da colori vividi e motivi decorativi di un affascinante universo sconosciuto.
L’approccio di Mondino con l’altrove non può essere ricondotto esclusivamente ad un fascino per l’esotismo ma sottintende una velata allusione ad esperire l’alterità culturale in opposizione al turismo di massa e all’accelerazione globale occidentale.

L’esposizione “Souk mondano” sarà corredata dalla pubblicazione di un catalogo.

Una selezione delle opere in mostra verrà inoltre presentata dalla Galleria Umberto Benappi in occasione della 27^ edizione di Miart 2023 (Milano, 14-16 aprile) all’interno della sezione established.



Aldo Mondino è nato a Torino nel 1938, dove è morto nel 2005.
Nel 1959 si trasferisce a Parigi, dove frequenta l’atelier di William Heyter, l'Ecole du Louvre e frequenta il corso di mosaico dell'Accademia di Belle Arti con Severini e Licata.
Nel 1960, rientrato in Italia, inizia la sua attività espositiva alla Galleria L'Immagine di Torino (1961) e alla Galleria Alfa di Venezia (1962). L'incontro con Gian Enzo Sperone, direttore della Galleria Il Punto, risulta fondamentale per la sua carriera artistica, con un sodalizio tuttora esistente. Importanti personali vengono presentate anche presso la Galleria Stein di Torino, lo Studio Marconi di Milano, la Galleria La Salita di Roma, la Galleria Paludetto di Torino.
Tra le principali mostre si ricordano le due partecipazioni alle Biennali di Venezia del 1976 e del 1993, le personali al Museum fur Moderne Kunst - Palais Lichtenstein di Vienna (1991), al Suthanamet Museo Topkapi di Istanbul (1992, 1996), al Museo Ebraico di Bologna (1995), alla Galleria Civica d'Arte Moderna di Trento (2000).
Le sue opere appartengono alle collezioni permanenti dei più importanti Musei nazionali ed internazionali ed a numerose collezioni private.






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ARTISTI

Aldo Mondino

Lettura classica
17.11 – 22.12.2022


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LETTURA CLASSICA


Con opere di Giorgio De Chirico, Alekos Fassianos, Giulio Paolini,
Salvo e Francesco Vezzoli

opening 17/11
17/11 > 22/12/2022*

NP Viewing room
Corso Monforte 23, Milano

*Spazio espositivo
Martedì - giovedì, 12.00 - 19.00 su appuntamento

Per maggiori informazioni: info@npartlab.com


NP Viewing room presenta una selezione di opere di artisti che si rifanno all’epoca classica ciascuno con la propria personale “lettura”. Capitelli, colonne, frammenti di statue classiche si alternano alla rappresentazione di libri e combattenti.
L’intento è di mostrare come ciascun artista ha sviluppato una tematica comune secondo la propria ricerca.

Al centro della stanza le tre sculture in gesso di Giulio Paolini (Genova, 1940) dal titolo “Proteo”, “Proteo (II)” e “Proteo (III)”,  realizzate nel 1971,  prendono il nome dal mutevole dio greco che aveva la capacità di trasformarsi in qualsiasi forma desiderasse. Perfetta rappresentazione della pratica concettuale ludica di Paolini, le tre sculture sono il risultato della disgregazione e successivo riassemblamento di un busto classico di Omero, come affermò lo stesso Paolini “non per ripristinare la sua fisiognomica ma piuttosto la porzione di spazio che occupava in origine”. Una lettura pittorica della classicità avviene nelle opere di Salvo (Leonforte, 1947 – Torino, 2015), in cui emergono rovine architettoniche e visioni di colonne classiche, studiate nei vari momenti del giorno e della notte con colori vivaci che segnano il ritorno alla pittura dell’artista dopo un periodo legato all’arte povera. Oltre ai suoi dipinti monumentali, emerge anche la rappresentazione di volumi in “8 libri” del 1986.
La memoria e il dialogo con il passato proseguono con l’opera di Francesco Vezzoli (Brescia, 1971) “Iolas the Great”(2020), un frammento di terracotta greca raffigurante Alessandro Magno come Dioniso di età ellenistica (circa III secolo a.C.) e in cui interviene con pittura acrilica. Quest’opera sottolinea la costante attenzione di Vezzoli all’importanza della conservazione del patrimonio artistico e archeologico.
Oltre ai riferimenti architettonici e scultorei classici, si inseriscono rappresentazioni di gladiatori e guerrieri con le opere “Combattimento” (1936-37) del padre della pittura metafisica, Giorgio De Chirico (Volos, 1888 - Roma, 1978) e con “Senza titolo” (1989), lavoro su carta del pittore greco Alekos Fassianos ( Atene, 1935 - 2022).






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ARTISTI

Giorgio De Chirico, Alekos Fassianos, Giulio Paolini, Salvo e Francesco Vezzoli

Spazi espositivi privati
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