GIO’ POMODORO
STUDIOLO
6.02– 20.03.26

GIO’ POMODORO
STUDIOLO
con un testo di Rossella Farinotti
Opening 6/02/2026 h 12:00
6/02 >20/03/2026
NP ArtLab in collaborazione con Archivio Gio’ Pomodoro
Corso Monforte 23
Milano
martedì-giovedì 12:00 > 19:00
venerdì 14:00 > 20:00
O su appuntamento
Per maggiori informazioni:
info@npartlab.com
Milano, gennaio 2026
La mostra si inserisce nel flusso progettuale della galleria NP ArtLab che ha im prontato la sua ricerca in un contesto che unisce moderno e contempora neo, arte e design, lettura e dialogo con un momento storico che richiama gli anni ’60, gli anni ’70 e, con Gio’ Pomodoro (Orciano di Pesaro, 17 novembre 1930 – Milano, 21 dicembre 2002) in questo particolare episodio, gli anni ’80. In occasione di “Musei in vetrina” Milano Museo City, NP ArtLab e l’Archivio Gio’ Pomodoro presentano un progetto espositivo all’interno degli spazi della galleria. Una piccola parte dello storico studio di via san Marco a Milano, luogo in cui lo scultore lavorò dagli anni Ottanta fino alla sua morte nel 2002, viene ricreata e inserita in un altro contesto dove arredi, materiale bibliografico, produzioni di design e opere d’arte - sia inedite che altre, iconiche, ma solitamente custodite nell’archivio dell’artista – trasportano il visitatore in un ambiente retrodatato nel tempo. Un tempo in cui Gio’ Pomodoro e la sua generazione di artisti e professionisti che, negli anni del boom economico, avevano eletto Milano a fucina di scambio, ricerca, sperimentazione e produzione lavorativa.
Ecco che, attraverso pochi elementi d’arredo, di materiali bibliografici e di un’accurata e preziosa selezione di opere (pezzi unici e multipli, sculture, creazioni di design, grafiche e disegni, alcuni dei quali inediti ) lo “studiolo” di Gio’ rivive, trasferendosi temporaneamente in un altro spazio, per accogliere le diverse generazioni che possono riconoscere o incontrare per la prima volta il lavoro di un’artista che, attraverso la scultura come formalizzazione di pratiche di ricerca, ha sperimentato i più diversi linguaggi e materiali. In quella Milano che Pomodoro proprio a metà degli anni ’50 aveva scelto come meta per far sedimentare la sua colta e continua ricerca. Per dare continuità al percorso intrapreso dalla galleria, insieme alle opere del maestro sono appositamente lasciate allestite due tracce importanti della precedente mostra “L’insieme delle parti. Simona Pavoni e Giacomo Benevelli”, accompagnata da un testo di Annika Pettini. Simona Pavoni (San Benedetto del Tronto, 1994), attraverso alcune sue opere raffinate muta lo spazio, ricreando un ambiente che ha dialogato con Giacomo Benevelli, che ebbe varie collaborazioni con Pomodoro e che ora si presterà a dialogare con Gio’ Pomodoro.
In accompagnamento a questo “studiolo” immersivo è presente un testo della curatrice della mostra Rossella Farinotti.
OF BEING
CAROLINE CHRISTIE-COXON
LEONARDO DALLA TORRE
8.12– 1.02.26

OF BEING
CAROLINE CHRISTIE-COXON
LEONARDO DALLA TORRE
curata da Diana Segantini & Marta Gay
Opening 8/12/2025
9/12 > 1/02/2026
Gallaria Sonne
Via Maistra 21, Silvaplana
CAROLINE CHRISTIE-COXON
LEONARDO DALLA TORRE
curata da Diana Segantini & Marta Gay
Opening 8/12/2025
9/12 > 1/02/2026
Gallaria Sonne
Via Maistra 21, Silvaplana
Of Being unisce due posizioni artistiche che si incontrano sulla soglia tra corpo e coscienza, uomo e natura. La mostra è una meditazione sull'esistenza - fragile, incarnata e di vasta portata - in cui l'individuo si apre all'universale e l'umanità è intesa come parte continua del tessuto vivente della terra.
Christie-Coxon e Dalla Torre si incontrano su un piano comune dell'essere - da direzioni opposte. La Circle Culture di Christie-Coxon rappresenta il concetto del passato che nutre il presente per plasmare il futuro, creando un campo planetario in cui la relazione è fondamentale - cerchi e dipinti morbidi che appaiono come bordi morbidi e forme liberate. Dalla Torre riporta questo campo alla pelle: ritratti e frammenti in cui la natura è indossata nella carne - memoria, vulnerabilità e metamorfosi, visibili in superficie. Una pratica compone relazioni, l'altra le elabora; nessuna illustra l'altra, ma entrambe esplorano l'esistenza umana. Insieme mostrano il corpo e il mondo come livelli di coscienza e come modi di sperimentare l'ecologia dell'essere.
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L’INSIEME DELLE PARTI
SIMONA PAVONI
GIACOMO BENEVELLI
12.11– 30.01.26

L’INSIEME DELLE PARTI
SIMONA PAVONI
GIACOMO BENEVELLI
testo a cura di Annika Pettini
con il contributo di Renata Bianconi
in collaborazione con Archivio Benevelli
Opening 11/11/2025 h 18:00
12/11 > 30/01/2026
Corso Monforte 23
Milano
martedì-venerdì 12:00 > 19:00
O su appuntamento
Per maggiori informazioni:
info@npartlab.com
SIMONA PAVONI
GIACOMO BENEVELLI
testo a cura di Annika Pettini
con il contributo di Renata Bianconi
in collaborazione con Archivio Benevelli
Opening 11/11/2025 h 18:00
12/11 > 30/01/2026
Corso Monforte 23
Milano
martedì-venerdì 12:00 > 19:00
O su appuntamento
Per maggiori informazioni:
info@npartlab.com
Milano, novembre 2025
La mostra L’insieme delle parti nasce intorno alla volontà di generare un luogo domestico, un salotto che vive e vibra di tutte le sue manifestazioni e che è tracciato e reso spazio a partire dai lavori di Simona Pavoni (San Benedetto del Tronto, 1994), in un dialogo delicato con una selezione di opere di Giacomo Benevelli (Reggio Emilia, 1925).
La pratica di Simona Pavoni si innesca a partire dalla sua capacità di percepire lo spazio come un insieme di elementi che lei può modellare e con i quali confrontarsi attraverso i suoi lavori. A partire dalla soglia, dove la luce svela fin da subito il suo ruolo fondamentale per la mostra, e che qui dialoga con gli Schermi, lavori in carta modello traforata che inducono a sostare e contemplare. Alle loro spalle si tratteggia lo spazio intimo di un salotto, ispirato al design degli anni ‘60. Luogo nevralgico della casa in cui si raccolgono e si innescano incontri e scambi, e dove i lavori di Simona Pavoni e di Giacomo Benevelli si adagiano in un dialogo di forme, un rimando di intuizioni che creano un ambiente vivo. La serie dei Centrini di Pavoni diventa il punto focale delle superfici, racchiudendo una inevitabile memoria emotiva che trova il suo contrappunto nel materiale con cui sono realizzati: vetro frantumato, che rende manifeste le fragilità e mette in discussione i confini delle cose. Sempre di Simona Pavoni la serie di tele Pori che si fanno pelle e che, attraverso i suoi pattern, lasciano trasparire un retro caleidoscopico. Accanto a loro un’altra opera apre un dialogo inaspettato.
Ma il salotto è anche il luogo per eccellenza del dialogo e delle possibilità, dove il corpo si rilassa e la mente si offre al mondo. Una forma in divenire che ritroviamo anche nel lavoro di Giacomo Benevelli, con le sue linee morbide e accoglienti sia nei suoi lavori più geometrici che in quelli più realistici. Come gli animali che prendono il loro posto in mostra e coesistono in una costante vicinanza con l’essere umano, portando ancora una volta alla luce il fatto che, così per Benevelli che per Pavoni, la scultura non si mostra ma abita lo spazio.
Le opere di Pavoni e Benevelli creano un luogo in evoluzione, con linee pulite che trovano morbidezza e continuità nelle sculture di Benevelli, che affrontano con grande consapevolezza i temi della vita nelle sue forme più filosofiche ma anche nella spontaneità a tratti tenera degli animali. Così Simona Pavoni si interfaccia con la capacità di modellare le parti dell’insieme in cui esistiamo, creando una dimensione di continuità e coesistenza.
Simona Pavoni (San Benedetto del Tronto, 1994)
Vive e lavora a Milano. Ha conseguito il diploma triennale nel 2017 presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino e nel 2020 il diploma magistrale all’Accademia di Brera, Milano. Tra le mostre personali: The recipe, Schaumbad, Graz, Austria (2025); Buone Maniere, Ex Maglierie Mirella, Milano (2024); A midsummer night’s dream, Notgalerie, Vienna, Austria (2022); Zona notte, Depositomele, Milano (2022). Nel 2025 partecipa a Cremona Art Week a cura di Rossella Farinotti all’interno del progetto Brigantia di Annika Pettini. Sempre nel 2025 la galleria Mare Karina presenta la sua personale À Jour, a Venezia.
Giacomo Benevelli (1935-2011)
Artista, scultore, designer, esponente della scuola dell’astrattismo milanese, Giacomo Benevelli ha modo di conoscere grandi maestri dell’arte italiana e internazionale come Moore, Huelsenbeck, Kokoschka, Arp, sviluppando così un proprio linguaggio formale, riconosciuto dai maggiori studiosi d’arte contemporanea, che gli permise di imporsi quale figura primaria della scena artistica italiana e internazionale fin dalla fine degli anni ‘50.
Nel 1963 la prestigiosa Felix Landau Gallery di Los Angeles gli dedica la sua prima personale negli Stati Uniti: Il successo è enorme, tanto che Elizabeth Taylor e Richard Burton acquisiranno numerose opere dell’artista e riserveranno ad una di queste, Organic Matrix, un posto centrale nella scenografia del film “Chi ha paura di Virginia Woolf?", di cui sono protagonisti .
Nel 1964 partecipa alla XLII Biennale d’Arte di Venezia, negli stessi anni inizia la collaborazione con aziende del design ideando, fra le altre, lampade - scultura, divenute vere e proprie icone, come ROTO e ARABESQUE. Durante la sua carriera espone in numerose mostre personali e collettive tra cui: la Galleria Gunther Franke di Monaco di Baviera nel 1961; la VII Biennale di Scultura al Pare del Middelheim ad Anversa nel 1965; la IX Quadriennale di Roma nel 1971; la Galleria Stendhal di Milano nel 1981; la Casa del Mantegna a Mantova nel 2000; Poetiche del 900 a Castel Ivano, Trento, 2004; Sculture en plein air, Palazzo Stupinigi, Torino, 2006; Sculture alle porte d'Oriente al Museo Archeologico Brindisi, 2006; ltalian Prints - 1875-1975 The British Museum, Londra, 2007; Monumento per il Parco letterario di Ippolito Nievo, Gazoldo degli Ippoliti, Mantova, 2008.
Tra le collezioni pubbliche e private che conservano opere di Giacomo Benevelli si annoverano, il British Museum di Londra, il Museo Reale d’Arte di Anversa, la Galleria Nazionale d’Arte di Johannesburg.
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DISPOSITIVI DELLA MEMORIA
MENGFAN WANG
MARGHERITA PEDROTTA
24.09– 24.10.25

DISPOSITIVI DELLA MEMORIA
MENGFAN WANG
MARGHERITA PEDROTTA
Opening 23/09/2025 h 18:00
24/09 > 24/10/2025
Corso Monforte 23
Milano
martedì-venerdì 12:00 > 19:00
O su appuntamento
Per maggiori informazioni:
info@npartlab.com
MENGFAN WANG
MARGHERITA PEDROTTA
Opening 23/09/2025 h 18:00
24/09 > 24/10/2025
Corso Monforte 23
Milano
martedì-venerdì 12:00 > 19:00
O su appuntamento
Per maggiori informazioni:
info@npartlab.com
NP-ArtLab presenta Dispositivi della Memoria, un’esposizione che unisce due pratiche artistiche distinte in un dialogo intimo e stratificato sul ricordo, il trauma emotivo e il cambiamento interiore.
La mostra mette in relazione due opere che, pur operando con linguaggi e materiali differenti, convergono nel desiderio di dare corpo alla memoria e alle sue trasformazioni. Da un lato, ProjeRicordi di Mengfan Wang (Pechino, 2000), dall’altro testimone 1, 2, 3, 4 di Margherita Pedrotta (Ivrea, 1998): due percorsi che si intrecciano per interrogare il confine tra ciò che resta e ciò che si perde nel tempo.
Nel suo progetto fotografico, Mengfan Wang affronta il tema del trauma e della memoria filtrandolo attraverso l’immagine del paesaggio naturale. Utilizzando la tecnica sperimentale del film soup — in cui le pellicole vengono trattate con sostanze come vodka e limone — l’artista genera fotografie visionarie e instabili, dove la chimica diventa metafora della psiche. Le immagini, segnate da corrosioni e alterazioni cromatiche, evocano frammenti di ricordi distorti, a metà strada tra realtà e oblio. I soggetti naturali — alberi, fiori, animali — assumono il ruolo di presenze silenziose, osservatrici di un tempo interiore, sospeso tra permanenza e dissoluzione.
A queste visioni si affianca la ricerca installativa di Margherita Pedrotta, che propone una riflessione sulla trasformazione della materia come riflesso dei processi emotivi. In testimone 1, 2, 3, 4, quattro contenitori metallici custodiscono bouquet composti da materiali artificiali — gesso, acqua, butadiene — sottoposti a ripetuti cicli di gelo e disgelo. Il lento scioglimento del ghiaccio, percepibile attraverso il suono, scandisce un tempo dilatato, in cui la conservazione del ricordo si confronta con la sua inevitabile mutazione. I fiori, pur non essendo vivi, raccontano storie d’amore e di assenza, diventando figure rituali e fragili portatrici di memoria affettiva.
Le due opere, pur così diverse, si rispecchiano l’una nell’altra: entrambe esplorano come il ricordo non sia mai una forma fissa, ma un continuo movimento. Nei paesaggi alterati di Wang come nelle materie che si sciolgono nell’opera di Pedrotta, la memoria non si conserva, ma si trasforma, si smaterializza, si rivela nel cambiamento. È un corpo vivo e vulnerabile, che filtra emozioni, trattiene tracce, ma anche resiste e si dissolve.
La mostra diventa così un percorso sensoriale e simbolico sulla memoria come processo, non come archivio. Una soglia emotiva in cui materia e immaginazione si incontrano, raccontando ciò che rimane, ciò che cambia, e ciò che – forse – non può più essere ricordato.
PER SENTITO DIRE
Giulio Polloniato
30.08– 23.11.25

PER SENTITO DIRE
Giulio Polloniato
Testo a cura di Edoardo Lazzari
Inaugurazione 30/08/2025 h 12:00
31/08 > 23/11/2025
Pop (the Chapel) up
Galleria Tommaso Calabro
Campo San Polo 2177, Venezia
Marostica, 5 aprile 2084
“Il cannone ha squarciato il cielo! Il cannone ha squarciato il cielo! I cannoni antigrandine, strumenti emblematici dell’ingegno umano, sono il motore di una catastrofe senza precedenti. Un boato anomalo ha attraversato le colline punteggiate di ciliegi e il cielo ha iniziato a squarciarsi. Migliaia di frammenti luminescenti si sono staccati dalla volta celeste, cadendo al suolo in una pioggia di schegge incandescenti. Ora il cielo è un mosaico disordinato, le scienziate osservano con sgomento l’accaduto. I frammenti sono raccolti tra i frutteti in fiore”.
In un tempo prossimo e immaginato, un suono umano infrange il firmamento. L’invenzione dei cannoni antigrandine — tecnologia della superstizione — deflagra sulle colline dei ciliegi e scatena una frattura cosmica: il cielo cade a pezzi, in frammenti di ceramica smaltata e stelle stilizzate.
La mostra Per sentito dire, titolo che l’artista Giulio Polloniato sceglie di reiterare e rifrangere a seconda del contesto, raccoglie e dispone nello spazio i resti di questo evento impossibile. Cinque “stracci stellati” in ceramica refrattaria, disposti come panni rituali o reperti geologici, si adagiano lungo le colonne della cappella; un sesto lambisce il bordo del pozzo, come se l’acqua potesse restituire al cielo la sua immagine. Al centro, una maiolica dipinta — trasposizione pittorica di fotografie scattate nei boschi di Marostica nel 2020 — registra la presenza delle strutture antigrandine: coni metallici, silenziosi monumenti a un gesto tecnico inefficace.
La tensione tra immaginazione e fallacia tecnica, tra memoria e credenza, è il cuore del lavoro. Come nella tradizione della fabula speculativa, la finzione diventa strumento critico per rivelare la verità di un paesaggio sonoro violato. La pressione sonora dei cannoni, infatti, decade esponenzialmente con la distanza, fino a ridursi a un mero schiocco di dita nel cuore delle nuvole. Nessun effetto reale, se non l’insistenza rituale di una tecnologia trasformatasi in mito: un sapere per sentito dire che si tramanda più per necessità di rassicurazione che per efficacia.
Nel gesto di raccogliere i frammenti di cielo e trasporli in ceramica, Polloniato compie una ritualizzazione del fallimento e una cura per l’effimero che si fa materia. Il cielo si fa coccio, e il firmamento si irrigidisce in forma di tessuto spezzato. Come nei “cieli minerali” di Roger Caillois o nei “pezzi staccati” di Jannis Kounellis, la materia qui assorbe il peso del tempo e dell’errore umano.
Il lavoro sfiora il pensiero della chimica e filosofa Isabelle Stengers, per la quale “ogni tecnologia è anche un modo di abitare il mondo”. I cannoni antigrandine non sono soltanto dispositivi: sono gesti epistemici, atti performativi che rivelano un rapporto distorto con il non-umano — un’ostilità mascherata da tutela agricola, una guerra sonora condotta contro le nuvole.
Per sentito dire diventa così un archivio di resti e superstizioni, un mosaico di frammenti raccolti a terra e disposti come reliquie di un evento che forse non è mai accaduto. La ceramica, con la sua doppia natura fragile e resistente, custodisce la memoria di un cielo impossibile: un firmamento che non si osserva più, ma si ascolta — o, meglio, si immagina — attraverso racconti tramandati, più vicini alla leggenda che alla prova.
Eppure, tra il peso della materia e la leggerezza del racconto, rimane uno spazio d’ascolto: quello che si apre quando il rumore cessa e si resta soli, sotto un cielo rotto, a misurare la distanza tra ciò che crediamo e ciò che davvero accade.
Edoardo Lazzari